Caronesi...

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Anselmo Agustoni

Agustoni Anselmo

Classe 1919, 2 giugno

Comandante del corpo pompieri Carona dal 1947 al 1972, dal 1972 rimane nelle file del corpo come sottuficiale fino al suo decesso nel 1980.

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Bruno Bernasconi

Bernasconi Bruno​

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Carona 16 novembre 2016


Caro Bruno,

sei stato un grande amico.

Ogni volta avevi qualcosa da raccontare, ed era bello chiacchierare con te.

Per strada, nel tuo orto, al bar o ai nostri aperitivi, la tua presenza ci ha sempre rallegrati.


Non dimenticheremo mai le tue zucche giganti, che in questi anni hai regalato alla nostra associazione, anche quest'anno per l'ultima volta ...purtroppo non ci hai lasciati e non abbiamo potuto dirti che la "burbura" è pronta..


Ti ricorderemo per sempre

Ciao dai toi amici dell'associazione cuore San Salvatore


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Bernasconi Livio

Bernasconi Livio​

Articolo Cooperazione del 15-06-2005

Qual è lo stato di salute della pittura?

L’opinione di due artisti e di un gallerista alla vigilia di Art Basel.

 

Alla fiera… di Basilea

BENEDETTA GIORGI

POMPILIO

La pittura, insieme alla scultura, è dalle origini della storia dell’uomo la forma principale attraverso cui l’arte si esprime. Eppure negli ultimi anni è diffusa la sensazione che sia in declino, accantonata a favore di altri mezzi espressivi più incisivi, più adatti a dar forma alla frenesia della modernità. È davvero così? Oppure la pittura ci è talmente connaturata da non poter scomparire?

All’Art Basel, la principale fiera d’arte del mondo che apre i battenti oggi 15 giugno, è forse possibile riuscire a capire quali siano le tendenze della pittura e se si continuerà o meno a praticarla.

«Negli ultimi due anni alle manifestazioni internazionali del calibro dell’Art la pittura è tornata ad assumere il ruolo che le spettava fino ad una decina di anni fa, quando venne marginalizzata dalle esperienze multimediali.

Ma non è mai scomparsa del tutto» spiega Tiziano Dabbeni, che con il padre e il fratello è titolare della omonima galleria, l’unica ticinese presente all’Art sul Reno. «È vero, si assiste sempre più ad una confusione delle arti, delle tecniche, in una sorta di mescolanza totale.

A favorire un ritorno della pittura contribuisce comunque l’emergente arte dei paesi del cosiddetto terzo mondo. Artisti africani, asiatici e sud americani utilizzano largamente la rappresentazione pittorica, che riconquista così spazio e importanza». La pittura, anche quando diventa uno dei mezzi possibili di espressione, «attiva un processo di indagine e di approfondimento del mezzo pittorico in se stesso. Del resto è uno strumento primordiale e per questo ha subito la maggiore evoluzione», sottolinea Adriana Beretta, un’artista ticinese piena di stimoli, con una produzione ricca di poesia e di sensibilità.

Certo, c’è da chiedersi se anche il Ticino riesca a risentire delle ventate di novità, che a volta possono consistere in una ripresa della tradizione, presentate in un contesto di respiro internazionale quale è l’Art, che è, come afferma Livio Bernasconi, «un vero bagno nell’arte». Bernasconi, una delle figure più significative fra gli artisti contemporanei che vivono e lavorano in Ticino, rappresenta un esempio emblematico, perché dipinge da sempre: «la pittura è sempre stata il mio pallino», ed è presente con le sue opere a Basilea. Per quanto possa sembrare che la pittura abbia conosciuto un calo, Bernasconi ricorda come «paradossalmente a Basilea ci sono migliaia di quadri. È ovviamente commercio puro, ma di grande qualità, dove ogni galleria dà la propria impronta e dove si ha la sensazione di essere immersi in un panorama mondiale simultaneo». In effetti, aggiunge Tiziano Dabbeni, «sotto il medesimo tetto si ammirano opere che talvolta neppure frequentando decine di musei si potrebbero vedere. L’importanza di Basilea è diventata tale che rappresenta un’anticipazione sulle tendenze in atto, talvolta precedendo quello che verrà esposto per esempio alla Biennale».

Anche se i nomi ticinesi a Basilea non sono molti, e fra quelli presenti la maggior parte non risiede in Ticino. «Per poter esporre alla fiera è necessario essere legati ad una galleria», precisa ancora Adriana Beretta. «Io ho partecipato solo molti anni fa con una piccola galleria, ma in seguito ho continuato ad andarci proprio per ragioni di lavoro, perché è un’occasione unica per rendersi conto di come vada il mondo dell’arte».

Articolo CdT del 29-09-2017

Un dialogo tra la forma e l’immagine

Allo Spazio -1 di Lugano le tele di Livio Bernasconi incontrano l’opera di Carol Bove

La presentazione delle opere di Livio Bernasconi negli spazi della Collezione di Giancarlo e Danna Olgiati si inserisce con evidente coerenza nelle scelte di una collezione privata improntata al versante astrattista della storia dell’arte del XX e XXI secolo, un’affinità di discorso che i collezionisti sottolineano con intelligenza e sensibilità nel rinnovato allestimento della Collezione. A rafforzare ulteriormente il significato della presentazione di Bernasconi nello Spazio -1 è il confronto con un’opera importante dell’artista americana, di origini svizzere, Carol Bove, entrata recentemente nella Collezione Olgiati.

Gli esordi di Livio Bernasconi sono segnati dal clima culturale milanese della seconda metà degli anni Cinquanta, periodo durante il quale, dopo aver frequentato l’Accademia di Brera, dipinge opere improntate a una figurazione di carattere sociale. A distinguere il giovane artista è però l’approccio analitico della composizione e l’assenza di pathos, in contrasto con la corrente figurativa coeva che privilegia gli aspetti più emozionali e sentimentali.

L’insegnamento presso la Facoltà d’architettura della Washington University di St. Louis, nel biennio 1964-65, segna un momento di svolta nell’arte di Bernasconi. Egli giunge negli Stati Uniti con un marcato interesse per l’arte americana – per la Color Field, l’Hard Edge Painting, la Pop Art e per artisti come Frank Stella o Ellsworth Kelly – ma per l’evoluzione del proprio percorso creativo sarà determinante l’impatto con la realtà delle metropoli americane, con l’architettura e la cartellonistica pubblicitaria che contraddistinguono il paesaggio visivo, elementi di un’estetica nuova per Bernasconi che riverberano nei cicli pittorici Town e Flash, realizzati fra il 1964 e il 1967. Abbandonato qualsiasi riferimento esterno al quadro, l’artista concentra sempre più l’attenzione su forma-colore-superficie. A partire da questi anni, Livio Bernasconi adotta un sistema didascalico nel quale affianca al titolo un numero progressivo, un metodo che rivela come egli proceda in modo ragionato e sistematico nella messa a punto delle strategie operative essenziali per la sua pittura. Per l’artista il quadro è un campo da indagare nel suo ordinamento, un attivatore della percezione visiva da studiare attraverso una propria sintassi che mette a fuoco i principi costitutivi della pittura.

Nella mostra allo Spazio -1 vengono presentate 16 tele appartenenti alla serie Immagine, realizzate tra il 1987 e il 2000. Il titolo Immagine, quanto mai esplicito, viene adottato da Bernasconi a partire dal 1984 e coincide con una progressiva semplificazione degli elementi presenti nella composizione e l’introduzione di linee curve volte ad accentuare il distacco dall’ordinamento geometrico. Immagine 18, del 1987, apre cronologicamente la sequenza delle opere in mostra ed è emblematica del passaggio a quella che può essere definita come la fase di maturità nel percorso creativo di Bernasconi, caratterizzata da una radicale sintesi strutturale che permette di rafforzare le tensioni e le dinamiche interne al quadro. Le opere esposte offrono la possibilità di cogliere la varietà delle declinazioni di un discorso pittorico di grande rigore, che rende evidente la propria attualità nell’ambito di un sempre più diffuso interesse per la pittura astratta nell’arte contemporanea.

Nata a Ginevra nel 1971, Carol Bove vive e lavora a New York. La sua produzione artistica comprende sculture, dipinti, incisioni e istallazioni. A distinguere il suo lavoro è l’accostamento fra oggetti trovati – industriali o naturali – e altri da lei stessa realizzati in arrangiamenti e assemblaggi poetici e complessi, che hanno saputo catturare l’attenzione della critica e dei musei. Infatti, nonostante la giovane età, Carol Bove è presente nelle collezioni di numerosi musei americani e europei e ha avuto mostre personali al MOMA di New York, al Palais de Tokyo di Parigi, alla Kunsthalle di Zurigo e in molte altre sedi museali prestigiose. La presenza quest’anno nel Padiglione svizzero della Biennale di Venezia, per un omaggio a Alberto Giacometti con un pregnante gruppo di sculture, ha ulteriormente ampliato la notorietà all’artista a livello internazionale.

In anni recenti le sue sculture, realizzate in metallo – acciaio a volte arrugginito e contorto, dai contorni slabbrati, altre volte dipinto e modellato in forme perfettamente definite – hanno assunto dimensioni sempre più imponenti, quasi a volersi confrontare con i grandi protagonisti della scultura contemporanea quali Anthony Caro o Tony Smith. A contraddistinguere però l’opera della Bove è la straordinaria libertà stilistica e la volontà, come ha dichiarato la stessa artista, di voler creare un contesto per le sue sculture, come se ad importare, più della singola opera, fosse l’insieme delle forme e il rapporto che queste stabiliscono tra loro nel suo studio o in una mostra. Infatti, l’artista è molto attenta alla disposizione delle opere nello spazio e all’immagine complessiva che queste producono. La cura meticolosa nell’accostamento fra le opere conduce a uno slittamento dalla tridimensionalità propria alla scultura verso un’immagine formata da una serie di «segni» nello spazio, organizzati in relazioni significanti.

Self Talk è in questo senso emblematica; la scultura si compone di quattro elementi in acciaio, verniciati di colore marrone, giallo, rosso e verde, collocati su una base bianca di altezza ridotta. Percettivamente i quattro elementi si presentano allo sguardo come se fossero realizzati con un materiale flessibile; il peso considerevole del metallo e l’enorme forza necessaria per piegare l’acciaio sono celati dalla colorazione regolare della superficie. Ogni elemento potrebbe essere letto quale scultura in sé risolta, ma vengono definiti dall’autrice stessa «quattro glifi schiacciati» («crushed glyphs»), indicando così la vera natura dell’opera. Infatti, il termine glifo si riferisce usualmente a un simbolo che acquista il suo significato in un contesto dato; nella scultura di Carol Bove i glifi costituiscono i segni di un sistema linguistico complesso che si attua nella relazione fra i quattro elementi, nella loro precisa collocazione sulla base.

Il titolo dell’opera Self Talk («Dialogo interiore») sembra alludere al linguaggio interiore, prevalentemente inconscio, normalmente utilizzato per dare significato alla realtà che ci circonda. L’artista indica così una possibilità di lettura dell’opera che trascende ogni narrazione per ricondurre il significato all’interno degli elementi propri alla scultura: materia, spazio, forma, colore. Il distacco da ogni inserimento delle sue sculture all’interno di uno sviluppo storico lineare trova conferma nelle parole di Carol Bove «I don’t really believe in the stable self» («non credo davvero nell’io stabile»): l’artista scardina così la questione dello stile in una prospettiva autenticamente contemporanea e libera.

livio bernasconi/ carol bove

Collezione Giancarlo e Danna Olgiati, Spazio -1, Lugano. Dal 30 settembre al 10 dicembre. Inaugurazione: stasera alle ore 18.

marco franciolli


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Partick ed Evelina

Botticchio Patrick ed Evelina

Articolo Rivista di Lugano 


Lo affermano due giovani microimprenditori molto intraprendenti che se ne intendono. Troviamo Evelina Vitali, orafa, nel suo studio in via Simen 8 a Molino Nuovo, dove crea incantevoli gioielli su misura. Sono piccoli caoplavori pieni di valore simbolico per i suoi clienti (www.evycreations.blogspot.com). Patrick Botticchio fotografo e cineasta, ha da poco aperto il suo studio a Taverne(www.patrickbotticchio.com). Evelina sorride: <<Entrambi siamo molto impegnati e per fortuna la nostra vita si coppia qualche volta ci "obbliga" a lavorare insieme>>. Patrick aggiunge: >>Abbiamo due mestieri creativi, siamo indipendenti e nello stesso tempo ci completiamo. Io fotografo i suoi gioielli e spesso facciamo delle piccole mostre>>. Per i suoi lavori di gioielleria, Evelina impiega metallli nobili, pietre preziose, legno e altre materie prime. Come Patrick possiede una grande abilità manuale, creattività e immaginazione.

Patrick lei ha certamente una grande sensibilità artistica.

«Questa è una delle basi fondamentali per il lavoro di fotografo. Ci vogliono anche una perfetta percezione dei colori e un grande senso di osservazione. lo ho una doppia formazione: sono fotografo e direttore della fotografia. Un'ottima scelta perché gli impegni come fotografo mi danno, la sensazione di creare in solitudine e il cinema mi riporta al lavoro di squadra. Ho terminato con successo il mio studio di cineasta a Barcellona. In una delle città più moderne, mi sono aperto alle novità e ho acquisito una visione molto ampia di tutto quanto circonda il mondo audio visuale».

Anche lei, Evelina, è stata all'estero per perfezionare le sue tecniche?

«Sì, dopo aver terminato con successo il mio apprendistato di orafa, sono andata a Pforzheim in Germania. Nella città dell'oro ho frequentato (come uditrice) una delle migliori università nel campo dell'oreficeria. Come Patrick, voglio bene al Ticino, ma sono convinta che dobbiamo allargare le nostre visioni e vedere oltre frontiera. Mi ispiro spesso a tutto ciò che ci regala la natura, mi dà degli spunti per creare i gioielli. L'oreficeria è un pensiero d'amore reso tangibile. Le mie creazioni sono fini e per niente invadenti. Ogni opera rispecchia il messaggio di chi mi ha affidato il lavoro. Un lavoro non solo venale e commerciale! Ci vuole una grande ricerca creativa per portarti all'originalità».

Per i microimprenditori è difficile sbarcare il lunario con un unico lavoro ...

«Già, io ne ho addirittura tre! Lavoro nel mio atelier e, per il 20 per cento, insegno agli apprendisti orefici a Trevano. Faccio inoltre i bassi rilievi in gesso per monete da collezione (fonderie).

Preferisco il contatto visivo all'e-mail, e per fissare un appuntamento potete chiamarmi allo 078 758 5043. In più, per dare una mano ai giovani che si stanno aprendo uno spazio all'interno del lavoro artistico, metto a disposizione il mio atelier per allestire delle piccole mostre».

Patrick, lei cura anche una piattaforma indipendente, un blog.

«Oltre la mia homepage ho creato un'altra fonte di informazione, una pagina sempre aggiornata (www.botticchiocinematografia.blogspot.com) .

Voglio rimanere al passo con i tempi. Per sopravvivere con un'attività in proprio, l'aggiornamento professionale è d'obbligo e il dialogo con chi divide con te la stessa passione è fonte d'ispirazione».

Parliamo un po' di musica?

«Molto volentieri. Faccio parte della band <<in The Dead Car», nata all'inizio del 2008 a Barcellona. Fabio Colombo (ex batterista) ed io ci siamo incontrati durante il nostro studio proprio a Barcellona, dove ci siamo lasciati trascinare dalle melodie frizzanti e dal ritmo indiavolato del blues e del country folk. Più tardi si è aggiunto il bassista Oriol Besora. Volevamo fare della nostra musica un linguaggio che attraversi le frontiere etniche e musicali. Rientrati in Svizzera, il gruppo si è arricchito del chitarrista Adrien Stevens e della batterista Veronica Torre. Nel 2009 abbiamo iniziato a esibirci dal vivo in Svizzera e in Spagna. In poco tempo ci siamo guadagnati un discreto pubblico grazie ad un repertorio sempre più cabarettistico e circense.

Suoniamo anche musica gitana con Leo Canepa e la sua fisarmonica. Lui ha reso la nostra band un coinvolgente quintetto».



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Cattaneo Giovanni "Nino"

Giovanni Cattaneo "Nino"

Nino Cattaneo ha consegnato queste lettere al Coco...


Carona, sabato 13 agosto

Ho scritto questa lettera per farti sapere come era la festa in piazza Montaa.

Dal punto di vista folcloristico era una cannonata. Con i riflettori delle luci, i colori dei fiori era come l’arcobaleno, in più vi era più in alto di tutti il Pappagallo che dettava la musica sonora dal DO a SI stupenda e piena di gente, caronesi e estranei. Si vedevano tanti con la macchina foto che rubavano la bravura dei nostri antenati. La musica era perfetta come la cena, svariata da tante insalate, carne, formaggi e dolci e in più digestivo caffè e cognac e vino a volontà.

E per finirla è stata una festa di

Piazza - Montàa

Mancavate solo voi

                                                                                                                                           In ricordo           

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Accompagnava la seguente poesia...


In Memoria 9-10 agosto 2013


Il tempo passa e fa come vuole:

Due sere in piazza Montaa.

E dall'alto di una casa c'è il solito Pappagallo che ascolta la musica e spia cosa succede in piazza e dal Do al Si in musica. Due sere da non dimenticare

La prima di venerdì con musica di canzoni dell'Est, in più la Ballerina era come una zingara però lei è ticinese. Col passare delle ore in serena compagnia siamo arrivati a notte buia e a ore piccole.

La sera di sabato, la musica era diversa, dal La del Diapason tutte suonate in italiano e in dialetto. Qui vi erano i bambini di Carona che ballavano sul palco a suon di musica ed era una cannonata. Anche qui le ore passano e fra poco il sole sorgerà dietro il Generoso e le Stelle in Cielo sparivano .... e così Sia. "C.G."


File

Lettera scritta da Nino Cattaneo

Download del file - Lettera scritta da Nino

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Glass Paul

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«La mia strada è la musica sinfonica»

Paul Glass, è nato a Los Angeles. La musica l'ha portato in giro per il mondo e, nel 1973 si stabilisce in Ticino, in un'oasi di pace e di creatività.


TESTO: GIOVANNI VALERIO

FOTO: ANNICK ROMANSKI

Da qui si può vedere il Lago di Lugano, senza però scorgerne la fine:

un po' come l'oceano dove sono nato ... ». Paul Glass osserva lo splendido panorama dalla collina di Carona e ripensa alle sue origini. Anche se è da tempo (e orgogliosamente) cittadino svizzero, è nato a Los Angeles, figlio di un famoso attore francese dell'epoca del muto, interprete di oltre 80 film per poi passare alla produzione cinematografica.


Paul Glass ha scritto una ventina di colonne sonore e ha ricevuto una nomination all'Oscar.


Anche Paul Glass sembrava destinato al cinema. A 21 anni, aveva fatto il provino di una scena d'amore con Terry Moore (l'attrice di Peyton PIace) ed era stato scelto tra circa mille candidati per lavorare a Hollywood. Stipendio, l'equivalente di quasi un' auto la settimana! Allo stesso tempo, gli venne proposto di realizzare la colonna sonora di un film, evento insolito per un ragazzo che aveva appena finito il conservatorio.

Dopo averla composta, sceglie infine di andare in Italia, a studiare ancora, con Goffredo Petrassi (il compositore di «Riso amaro» e «Cronaca familiare», nonché maestro di Ennio Morricone e Nino Rota).


Glass ha attraversato la storia o artistica del Novecento, sempre al momento giusto nel posto giusto. Nel 1960 era a Varsavia a studiare composizione con Witold Lutoslawski: «all'epoca - ricorda - era il centro della musica contemporanea, capace di ospitare le migliori orchestre, da Tokyo, da Londra... ho potuto sentire tutte le tendenze del mondo, cose incredibili!». La sua vita è sempre un' avventura. Ha vissuto la Roma della «dolce vita». Era a Londra all'epoca della Swinging London, a lavorare con Otto Preminger alla colonna sonora di «Bunny Lake is missing». Nel 1975, scrisse la musica per il film «Operazione Overlord», sullo sbarco in Normandia. Aprire il suo album dei ricordi significa viaggiare attraverso la storia del cinema e della musica, dalle numerose foto che lo ritraggono accanto a star di Hollywood, all'incontro con Laurence Olivier a Londra alla telefonata di John Wayne per il progetto di un film biblico ...


«Scrivere musica significa mettere assieme problemi da risolvere»


Paul Glass è una miniera di aneddoti. Impossibile «contenerlo», tra una parentesi che si apre e una barzelletta con freddura finale. Una sola intervista non basta, ci vorrebbe un romanzo per raccontarlo. Com'è giunto in Ticino un personaggio così eclettico? «Volevo un po' di tranquillità, in fondo oltre ai grandi (Wagner era venuto in Svizzera a scrivere «Tristano e Isotta», Puccini stava a Vacallo, Stravinskij ha scritto qui «Le Sacre du Printemps» ... ) forse c'era posto anche per un piccolo compositore! (ride - ndr). E non mi sono mai piaciute le monoculture. A metà degli Anni Settanta, poi, il Ticino era all'avanguardia per un certo tipo di studi musicali. Ad esempio, per la Televisione della Svizzera Italiana ho lavorato con Carlo Piccardi per ri-registrare le partiture originali del cinema muto, come «Theonis» di Lubitsch e

altri. Nel frattempo, ho continuato a comporré la mia musica. Lo stesso Preminger aveva detto che la mia strada era la musica sinfonica. Qui in Svizzera ho avuto la fortuna di trovare un editore (Milller & Schade) che sta stampando quasi tutte le mie opere».

All'attività di compositore, Paul Glass ha affiancato per vent' anni quella di docente al conservatorio della Svizzera italiana. Ha iniziato nel 1980, quando si chiamava o

ancora Accademia Ars et Musica, insegnando Teoria e Composizione. Tanti fra o quelli che hanno studiato musica nel cantone (e molti di loro oggi sono professionisti o insegnano allo stesso Conservatorio) sono stati allievi di Glass. «Ora - spiega non c'è più bisogno di andare a Losanna o Zurigo, il livello dell'insegnamento è molto alto anche in Ticino e c'è anche un' orchestra a livello internazionale. Mi rincresce che dal punto di vista di regia e di fotografia, in televisione ci sia un tesoro di talenti di giovani ticinesi che non viene valorizzato perché ci sono troppi programmi non realizzati qui».

Lo sguardo di Paul Glass è rivolto sempre a loro, ai giovani: si preoccupa perché mancano spazi radio fonici per giovani compositori e senza il pagamento dei diritti d'autore è impossibile vivere delle loro opere. Stare con i giovani lo mantiene giovane. Da diversi anni, tiene corsi di «Musica dell'Ottocento» e di «Musica contemporanea nei film» agli allievi del Franklin College, l'università americana di Lugano. Nel frattempo continua a comporre: sette sinfonie è un numero ragguardevole di brani di -musica da concerto. «Scrivere musica - spiega Glass - significa mettere assieme problemi da risolvere: avere il pezzo alla fine è il vero successo, anche se nessuno l'ha mai suonato. Contrariamente a quanto si pensa, il successo nel lavoro non si giudica dalla celebrità raggiunta o dai soldi guadagnati, ma solo se tu pensi di esserci riuscito!».


Paul Glass In pillole

Paul Glass è nato a Los Angeles nel 1934, figlio dell'attore Gaston e di Lioba, di origine ucraina. Compositore, ha scritto una ventina di colonne sonore, tra cui «Interregnum» (che ha ricevuto una nomination all'Oscar) e «Lady in a Cage (in italiano, «Un giorno di terrore»). Parla una dozzina di lingue, dal francese al polacco, dallo spagnolo al russo. Negli ultimi anni, ha anche imparato il cinese. Sposato con la scultrice Penelope Margaret Mackworth-Praed, vive dal 1973 in Svizzera. Adora le passeggiate e la natura.

Proprio alla natura sono dedicate alcune sue opere, da «Grandiflora» (<<sulla Portulaca, pianta meravigliosa») a «Vanessa Atalanta», su una farfalla.

Molte delle le sue opere sono state pubblicate e rappresentate. In particolare, la «Corale Il per Margaret» (per quartetto d'aro chi e orchestra d'archi) ha avuto l'onore della prima assoluta alla Tonhalle di Zurigo «con quattro Stradivari, tra cui, rarissimi, una viola e un violoncello: un regalo straordinario!», ricorda Glass.«La mia strada è la musica sinfonica»


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Lisa e Kurt
Illustrazioni: E. Ventola Turienzo

Lisa Tezner & Kurt Kläber

Altro

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Testo: A. Ventola.

Illustrazioni: E. Ventola Turienzo


L'estate era ormai finita, il caldo lentamente sbolliva e la temperatura era ideale per un bel giro in bicicletta. Quando sentii il campanellino trillare sotto casa, mi affacciai al balcone e vidi nonno Burt vestito come se volesse scalare l'Everest.

«Scendi, Ninol", gridò. «Abbiamo un bel pezzo di strada da fare!».

Raggiunsi il nonno, che subito mi spiegò dove saremmo andati quel giorno.

«A Carona ... È lì che si svolge la storia che ti racconterò».

Ero piuttosto perplesso sul fatto che il nonno sarebbe riuscito ad arrampicare i tornanti di Paradiso e PazzaIlo, ma evidentemente i costanti allenamenti e la voglia di raccontarmi una nuova avventura costituivano uno stimolo efficace. Nonno Burt andava piano, ma non mollò nemmeno per un istante il manubrio, quasi a dimostrarmi che non si sarebbe fermato davanti a niente pur di istruirmi sulla storia del nostro Paese.

Quando arrivammo a destinazione, mi fece smontare dalla bici, e dopo essersi risciacquato la gola con un lungo sorso dalla borraccia, disse: «Eccoci. La casa che vedi davanti ai tuoi occhi è Casa Pantrovà, ed è qui che per molti anni abitarono i due eroi di cui ti parlerò oggi».

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Ci sedemmo all'ombra di un albero e il nonno iniziò a raccontare.

«Lisa Tetzner nacque a Zittau, in Germania, nel 1894. Era, fin da bambina, attenta alle problematiche sociali del suo tempo. Aveva voluto frequentare la Soziale Frauenschule di Berlino, nonostante suo padre, che era medico, non volesse. Ma Lisa non gli diede retta e si Iscrisse anche alla scuola teatrale di Max Reinhardt, e nel 1978 iniziò a raccontare fiabe ai bambini della Turingia, della Svevia e della Renania, viaggiando molto ed entrando a contatto col miglior pubblico possibile, il pubblico dell'infanzia.

Grazie alla sua dedizione verso il mondo dei più piccoli, le si aprirono le porte dei media. Iniziò a pubblicare racconti per bambini e nel 1924 fu la prima a tenere una rubrica per bambini a Radio Berlino, la Kinderstunde» .

Nonno Burt mi raccontò che contemporaneamente, negli stessi anni, un altro tedesco stava intraprendendo un percorso simile. Si chiamava Kurt Kläber, era nato a Jena nel 1897 e appena quattordicenne abbandonò la scuola per lavorare come fabbro e meccanico di precisione. Allo scoppio della prima guerra mondiale si arruolò nel l'esercito e combatté al fronte.

AI termine del conflitto decise di trasformare la delusione della sconfitta nella grande occasione della sua vita: dedicarsi agli emarginati, ai poveri e ai disadattati. Lavorò in miniera nella Ruhr. Fece il venditore ambulante di libri e fondò una scuola per lavoratori a Bochum; si dedicò anima e corpo alla lotta di classe, per fare in modo che anche i meno abbienti potessero vedersi riconosciuti i diritti fondamentali al la vita.

«Infatti», disse il nonno, «Kurt Kläber era convinto che la letteratura dovesse essere al servizio della classe operaia, e che l'intellettuale avesse una missione: riscuotere i lavoratori dalla loro condizione di miseria, spronandoli al cambiamento».


Nel frattempo Kurt e Lisa si conobbero e fra loro scattò il colpo di fulmine.

Nel 1924 si sposarono. Kurt, che aveva iniziato a dedicarsi alla scrittura, pubblicò «Die Barrikaden an der Ruhr», la sua prima raccolta di racconti, in cui compariva l'idea di unione e di fratellanza tra i poveri e il pacifismo come unica arma per risolvere le differenze tra ceti sociali. Ma quest'opera venne subito censurata e numerosi intellettuali, tra cui Hermann Hesse, si mostrarono solidali nei confronti dello scrittore e lo sostennero nelle sue idee.

«Quando il nazionalsocialismo andò al potere» disse nonno Burt, «uno come Klaber non poteva passare inosservato. Venne arrestato nel 1933, ma fortunatamente riuscì a evadere dal carcere e a rifugiarsi in Cecoslovacchia, insieme alla moglie Lisa. Qui non vi rimasero molto. Le raccomandazioni dell'amico Hermann Hesse, che aveva decantato loro le bellezze del Ticino, spinsero la coppia a trasferirsi a Carona. In breve il piccolo nucleo ticinese divenne il luogo di riferimento e una seconda casa per Kurt e Lisa, anche se la Confederazione gli aveva vietato di pubblicare le sue opere e nel 1939 gli fu addirittura revocato il permesso di soggiorno».

Nonostante i problemi legati alla censura e ai permessi, la coppia amava e stimava fortemente la Svizzera, al punto che individuarono in essa un modello di riferimento per la costruzione di una nuova Europa.

Il Ticino, come accadde anche per Hermann Hesse, fu per i coniugi Klaber il luogo in cui vennero partorite le opere più rappresentative: <<I fratelli neri» e «Zora la rossa». La prima, soprattutto, fu ispirata dalla condizione disagiata dei piccoli spazzacamini della Val Verzasca, venduti come schiavi a Milano nell'Ottocento, sfruttati e umiliati, ma che nell'opera dello scrittore sono in grado di riscattarsi attraverso l'amicizia e la solidarietà dell'associazione dei «Fratelli neri ».

Le tematiche sociali furono una costante del lavoro di Kläber: «II trombettiere di Faido», «Mattia e i suoi amici», «Giuseppe e Maria» sono tutte opere successive in cui i protagonisti sono bambini che devono lottare per la sopravvivenza, tutti accomunati dalla povertà, dall'emarginazione e dal desiderio di condurre una vita migliore. L'unica arma che hanno a disposizione è l'amicizia: se da soli faticano a non soccombere, una volta uniti riusciranno a cambiare i loro destini.


«Ecco, Nino. Questi erano Kurt e Lisa Kläber. Una coppia che ha dedicato la propria vita a riscattare le condizioni di vita dei più umili, dei diseredati, di chi non aveva neppure uno straccio da indossare o un pezzo di pane da mettere nello stomaco. In particolare, la loro attenzione andò a voi bambini, che siete la vera anima del mondo».

Il nonno fece visitare la casa Pantrovà, l'abitazione che i Kläber riuscirono a costruire nel 1955 sul terreno che avevano acquistato vent'anni prima.

Su quel lembo di terra avevano trovato un luogo fertile sia per le loro opere, sia perché fu quella terra a dargli inizialmente da mangiare.

«Quando i loro libri non venivano pubblicati, Kurt e Lisa iniziarono a coltivare la terra, ricavandone l'alimento quotidiano per molto tempo. Ed è qui, a sud delle Alpi dove un tempo l'uomo viveva in armonia con la natura, che queste due grandi anime hanno lavorato costantemente per proteggere la dignità dei loro fratelli».

Quando il nonno finì di raccontare, mi sentii lusingato che due persone del calibro di Kurt e Lisa, avessero scelto il Ticino, come altri prima e dopo di loro, quale dimora e luogo di ispirazione. Era come se le loro azioni ancora vivessero in quella casa e contagiassero chi veniva a visitarla. Anche dopo la loro morte, Kurt e Lisa continuarono a fare del bene, scrivendo nel testamento che casa Pantrovà dovesse essere lasciata agli scrittori e agli artisti. Oggi casa Pantrovà è un luogo di memoria e di ispirazione e visitandola anch'io sono stato colto dalla convinzione che non importa quante brutte sorprese ci riservi il destino, poiché in ogni momento abbiamo la possibilità di compiere un'azione che ci riscatterà da tutte le sconfitte precedenti.


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Walter Ernst Fritz Matysiak
"Geboren am 28. oder 29. April 1915. Mein Vater, Malermeister von Beruf, war über meine Geburt so aufgeregt, dass er den Ankunftstag verwechselte. In den goldenen 20er Jahren fing ich Sperlinge im Hasenstall, die mir meine Großmutter dann servieren musste. Ich aß sie vor Hunger, denn wir hatten wenig Geld. Seit dieser Zeit habe ich einen Vogeltick. Als Schüler miserabel, hockte ich oft in der 1. Reihe mit dem Gesicht zur Klasse, oder ich bekam zur Abwechslung rhythmische Schläge.
Lehrzeit als Dekorationsmaler. Lief meinem Vater oft von der Arbeitsstelle weg und setzte mich irgendwo hin, um zu malen. Die Schläge blieben auch hier nicht aus. Mutter vermittelte immer, denn ich wollte doch Künstler werden und träumte meist von Atelier und Modellen. Studium in München an der Akademie. 9 Jahre Militär, davon 2 Jahre Gefangenschaft in Amerika, die ich gut über die Runden brachte, indem ich nackte Bienen zeichnen musste für meinen Lagerkommandanten.
Beim Anblick von Uniformen, Orden und Waffen bekomme ich Anfälle. Seit 1946 selbstständig als freischaffender Maler und Grafiker.
Ausstellungen mit mehr oder weniger Erfolg beschickt.
In der Textilbranche tätig als Entwerfer und Kolorist.
1955 Übersiedlung noch Konstanz.
Hier warte ich auf den großen Erfolg.
N.B. Seit 22 Jahren glücklich verheiratet, Erfolg 4 gesunde Kinder.
Taschengeld immer knapp seit in Konstanz Weintrinker geworden."
Lebenslauf aus dem Büchlein: Ein Torero, Generäle und Bienen erschienen im Seekreis Verlag Konstanz 1967
Walter Matysiak verstarb im Alter von 70 Jahren am 17. Februar 1985
in seinem Haus auf dem Salzberg in Konstanz .
Walter Ernst Fritz Matysiak

Walter Ernst Fritz Matysiak

"Geboren am 28. oder 29. April 1915. Mein Vater, Malermeister von Beruf, war über meine Geburt so aufgeregt, dass er den Ankunftstag verwechselte. In den goldenen 20er Jahren fing ich Sperlinge im Hasenstall, die mir meine Großmutter dann servieren musste. Ich aß sie vor Hunger, denn wir hatten wenig Geld. Seit dieser Zeit habe ich einen Vogeltick. Als Schüler miserabel, hockte ich oft in der 1. Reihe mit dem Gesicht zur Klasse, oder ich bekam zur Abwechslung rhythmische Schläge.

Lehrzeit als Dekorationsmaler. Lief meinem Vater oft von der Arbeitsstelle weg und setzte mich irgendwo hin, um zu malen. Die Schläge blieben auch hier nicht aus. Mutter vermittelte immer, denn ich wollte doch Künstler werden und träumte meist von Atelier und Modellen. Studium in München an der Akademie. 9 Jahre Militär, davon 2 Jahre Gefangenschaft in Amerika, die ich gut über die Runden brachte, indem ich nackte Bienen zeichnen musste für meinen Lagerkommandanten.

Beim Anblick von Uniformen, Orden und Waffen bekomme ich Anfälle. Seit 1946 selbstständig als freischaffender Maler und Grafiker.

Ausstellungen mit mehr oder weniger Erfolg beschickt.

In der Textilbranche tätig als Entwerfer und Kolorist.   

1955  Übersiedlung noch Konstanz.

Hier warte ich auf den großen Erfolg.

N.B. Seit 22 Jahren glücklich verheiratet, Erfolg 4 gesunde Kinder.

        Taschengeld immer knapp seit in Konstanz Weintrinker geworden."

Lebenslauf aus dem Büchlein: Ein Torero, Generäle und Bienen  erschienen im Seekreis Verlag Konstanz 1967

Walter Matysiak verstarb im Alter von 70 Jahren am 17. Februar 1985

in seinem Haus auf dem Salzberg in Konstanz .